Cosa sapere sulle intolleranze alimentari

Cosa sapere sulle allergie alimentari

Nel nostro Paese le persone che soffrono di allergie alimentari sono più di 2 milioni, pari al 3,5 per cento della popolazione. Gli intolleranti molti di più, per quanto non si abbiano a disposizione dati precisi visto che fare diagnosi non è semplice. Ci sono infatti alimenti o anche semplici sostanze che, introdotte nell’organismo, fanno sì che il sistema immunitario si attivi e reagisca: «Le allergie», dice Alessandro Targhetta, medico nutrizionista e fitoterapeuta, «sono caratterizzate da una reazione forte e immediata del sistema immunitario.

Basta ingerire pochissime quantità dell’elemento incriminato (allergene) perché si scateni una reazione acuta: da orticaria, prurito, eczema, congestione nasale, gonfiore alle labbra, formicolio e svenimento fino allo shock anafilattico. Le protagoniste di questa risposta organica sono le immunoglobuline E (IgE), ossia gli anticorpi che si attivano proprio in presenza di un’allergia». E le intolleranze? «In generale, i sintomi di un’intolleranza sono meno intensi e si manifestano anche a distanza di tempo per una sorta di legge dell’accumulo. A forza di ingerire un determinato alimento critico si diventa intolleranti».
Svariate le ripercussioni sull’organismo: dai disturbi gastrointestinali all’acne, prurito, stanchezza, sinusiti ricorrenti, anemie, cefalea, ecc.

Ecco gli alimenti più critici

«Le più diffuse intolleranze alimentari sono quelle al glutine, al latte e agli altri prodotti vaccini, al manzo, al suino, all’uovo, al pomodoro, alle lattughe, alla mela e alla banana», elenca Alessandro Targhetta, «mentre le più frequenti allergie alimentari riguardano la mela, la fragola, il kiwi, l’ananas, la frutta secca con guscio (noci, nocciole, arachidi ecc.), il pomodoro, i crostacei, il cacao e l’uovo».

Si può manifestare a ogni età: ne soffrono infatti sia i bambini sia gli adulti e può essere diagnosticata anche in età avanzata. «È una malattia infiammatoria intestinale scatenata dal glutine, un complesso proteico che si trova nei cereali come il fitimento, la segale e l’orzo», spiega Marco Silano, direttore del Reparto di alimentazione, nutrizione e salute dell’Istituto superiore di sanità e coordinatore del board scientifico dell’Aie (Associazione italiana celiachia).

«I sintomi variano in base all’età dell’insorgenza della malattia. Nei bambini i più frequenti sono diarrea, scarso accrescimento e gonfiore addominale, mentre negli adulti sono più variegati: anemia, ricorrenza di dolori addominali alter-nati a stipsi, afte, alopecia (perdita e diminuzione dei capelli) e lesioni allo smalto dentario. Anche i valori degli enzimi del fegato, misurabili con un prelievo del sangue, possono risultare alterati. Possibili anche patologie neurologiche, come le crisi epilettiche. Nelle donne spesso si manifestano problemi di fertilità: alterazioni del ciclo mestruale come l’amenorrea (assenza di mestruazioni), un ciclo irregolare o un menarca ritardato (prime mestruazioni dopo i 15 anni) possono essere sintomi della malattia. Infine possono essere associati alla celiachia il diabete di tipo 1, l’osteoporosi e la tiroide autoimmune».

Come si fa la diagnosi

Si parte da un prelievo del sangue dove si esegue la ricerca degli anticorpi antitransglutaminasi che, se presenti, sono altamente indicativi della malattia celiaca. Per una diagnosi definitiva si procede con l’endoscopia duodenale, una sorta di gastroscopia con biopsia in grado di raggiungere, attraverso bocca, esofago e stomaco, il duodeno e cioè il primo tratto dell’intestino. Questo esame permette l’analisi della mucosa intestinale e in particolare valuta la presenza o assenza di villi intestinali, quelle estroflessioni a forma di dito poste sulla superficie dell’intestino che permettono l’assorbimento delle sostanze nutrienti e l’aumento del numero delle cellule del sistemaimmunitario.

Ci si cura a tavola

«La celiaca si cura a tavola, eliminando rigorosamente tutti gli alimenti contenenti glutine», continua Silano. «Quindi sono banditi grano, segale, orzo, farro, kamut e tutti i prodotti alimentari che li contengono. Dunque non si possono mangiare pasta, pizza, pane, snack, biscotti e occorre fare attenzione anche ad altri alimenti come prosciutto cotto, gelati e zuppe già pronte, dove il glutine può comparire sotto forma di additivo essendo molto utilizzato nelle preparazioni alimentari. Nella dieta di un celiaco sono ammessi solo cereali come riso, mais, miglio, quinoa, amaranto, grano saraceno e alimenti che non contengano glutine. Questi prodotti in realtà non ne sono totalmente privi, ma possono includerne fino a un massimo di venti milligrammi per chilo. Oltre a ciò, i celiaci possono tranquillamente consumare frutta, verdura, uova, latte, pesce, carne, yogurt, formaggi.

Nuove “sensibilità” «La sensibilità al glutine (glutien sensitivity)è una malattia di recente scoperta», spiega ancora Targhetta. È stata infatti definita nel 2011 grazie a uno studio internazionale intrapreso sulla base dell’evidenza che una buona parte della popolazione occidentale (circa il 25 per cento) soffre di disturbi riconducili al glutine, pur risultando negativa ai test per la celiachia. La gluten sensitivity è quindi una nuova forma di intolleranza al glutine: una sindrome che provoca disturbi gastrointestinali (gastriti con nausea, vomito, reflusso acido, colon irritabile con l’alternarsi di diarrea e stipsi, meteorismo, gonfiore intestinale) e sintomi extraintestinali (che possono coinvolgere pelle, apparato respiratorio, urinario ecc). A differenza della celiachia, non provoca una reazione immediata e aggressiva né la lesione dei villi intestinali, ma induce una reazione infiammato-ria intestinale in grado di provocare sintomi localizzati e generali». I soggetti che ne soffrono devono fare una dieta priva di glutine per 3-6 mesi per poi decidere se sia il caso di reintrodurlo in piccole quantità.

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Un pensiero su “Cosa sapere sulle allergie alimentari

  1. Salve, ho un problema è spero possa aiutarmi a capire quale sia la causa. Partendo dal presupposto che da quasi un mese oramai, mi sono riempita di brufoli su viso, schiena e petto con l’aggiunta di forfora (mai avuta in vita mia). Questo fatto sta destabilizzando la mia autostima e la speranza di riuscire a risolvere la cosa. Qualche mese fa, con test per le intolleranze alimentari tramite campione di sangue, risultai intolleranza a:lieviti, frumento, olio cotto e ácido cítrico. Una leggera intolleranza verso mandorle, noccioline e arachidi. La dieta prevedeva l’introduzione di tali alimenti 2 volte a settimana, in quantità soggettive al fine di ripristinare la tollerabilità a questi. Il fatto è che da prima manifesto il doppio dei problemi. Ho il triplo dei brufoli e della forfora, e non riesco a capire da cosa sia dovuto tale sfogo. Mi sono recata da un dermatologo ma non ha saputo darmi risposta. Potrebbe essere il cambio alimentazione? Possibile esca adesso dopo più di un mese di dieta? Come si possono limitare gli sfoghi? Una qualsiasi informazione utile che alimenti la speranza di riuscire a superare questa fase di sconforto. Grazie.

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